Daniela Mugelli

INVECE DI UNA LETTERA (minimi deliri)

"- tu un uomo l'hai mai ucciso?
- no, ma il mio cuore è pesante di un peccato ancora più turpe:
ho permesso che un altro uccidesse me"

ho solo 28 anni e già questo sguardo segnato e lei col suo sorriso ebete che devo guardarla per forza e quegli occhi in perenne fuga che indagano su di me continua a sorridere e a scrutarmi senza cercare altro che di scoprire quanto fisica possa essere la follia di frugarne i segni in questo mio corpo perso tra gli spigoli della grande stanza dove sbatte di continuo la mia irrequietudine per lei sono solo il mio corpo di me non saprà mai altro con lei non ho altro modo per parlare che il mio corpo sguaiato scatenato inviperito tarantolato eccomi involucro puro senza identità carcassa viva solo corpo non voglio che di me sappia altro non posso parlarle perché una cosa conduce all'altra e si finisce per dire ciò che non si è mai detto e poi che bisogno c'è di parlare se quel che ho dentro non lo vede ho pensieri bellissimi pesano come una lapide lei quasi mi supplica e io ancora non so perché devo stare qui a perdere il mio tempo con questa stronza che mi fa una tenerezza da piangere e nello stesso tempo rabbia e insofferenza come verso gente di altra razza aliena e insopportabile e io la fisso negli occhi un po' con languore seducente un po' con disprezzo chissà cos'avrà mai da guardare ma cosa vuole da me e mi viene da vomitare anche solo a respirarla ma perché mai si è profumata così la sua spietata essenza da bordello ha impregnato subito tutta la stanza eluso il mio camicione un minimo di discrezione perdio lei sarà anche irresistibile ma qui io non respiro che schifo che schifo la odio questa psichiatra tutta tenerezza troppo dolce troppo madre a cui mi hanno affidata e 'sti cazzi di medici finto-comprensivi che mi adorano e mi accudiscono da sempre ma in un modo malato da edipo ama in me questa troia cicciona e infelice con tutti i suoi ori che chincagliano depressi ama in me tutte le pazze in generale e passa delle ore a leccarmi mentre io muoio di noia e di nostalgia per il mio angelo bastardo che mentre mi stringeva mi insultava e questa che continua a tormentarmi per spalancarmi il cervello e farmi diventare una signorina merdosa ma io non voglio essere la principessina di papino vorrei essere ancora la sua puttana lei circe pregusta la dolcezza di farmi diventare maiale con la pietà equivoca di chi vuole redimere arraffare e tenere solo per sé il peccato la mia pazzia fa diventare chiunque un boy-scout tutti buoni con me cioè distanti intoccabili che poi scoccia anche perché in questa cosa non c'è merito ma che è la legion d'onore la commenda che mi fanno i salamelecchi come se fossi speciale e nessuno mai che mi dia la mano stando zitto avrò pure il diritto di essere lasciata in pace o un pazzo perde tutti i diritti chissà perché questa stronza deve deve fare sempre credere che sa tutto e comprende tutto di me di continuo mi chiede perché mai trascuri me stessa non avendo nulla da fare tutto il santo giorno come se il delirio non fosse un lavoro un'occupazione che ti prende tuo malgrado a tempo pieno mi chiede tacitamente di redimermi in continuazione ma se non esistessi io come pazza come potrebbe lei normale distinguersi per tale mancandogli il confronto mi spia senza tregua per smascherarmi una lotta estenuante per cambiarmi e più cerca di cambiare me più si trasforma lei vorrebbe indirizzarmi verso una vita piacevole ma non avverte in quel piacevole una sfumatura da castrati solo chi non è mai stato invasato di vita può esprimersi così perché invece è una emozione che nient'altro gli sta a pari e quanto fané e stantio è il convenzionale concetto di normalità che continuamente si liscia addosso modellandolo come fosse un vestito è fare mollemente morte gironzolando per le ore lavoricchiando mangiucchiando rovistando flaccidamente tra i ricordi in certe lunghe notti di pioggia e così colare verso la bara e io non voglio non ho mai voluto vivere così ma nemmeno questo forse è vero perché non è stata una scelta che si può scegliere è solo un ignobile e turpe mito io non ho scelto nulla è la vita che ha scelto me sono sempre stata quella che la gente definisce alle spalle ma non tanto una pazza solo perché ho seguito sempre e comunque la curiosità e il mio istinto dalla tentazione monastica due anni ospite laica in un convento una situazione ideale a certi tuffi nel mondo da annegarci pazza perché mi sono disinteressata a quei quattro soldi di eredità ma avevo altro a cui pensare insomma su tutta la mia vita hanno avuto da strizzarsi l'occhio e tutti lì a darsi di gomito spiritosa lei dicevano è l'artista di famiglia che sciocchina ah che fatica essere imparentata con quei manichini dover fare tutti i giorni uno sforzo per non diventare cretina chi l'ha detto che mangiare è più importante di una carezza le sento ancora le loro voci che dicevano di me è così esuberante così strana ma io odio il linguaggio della tolleranza domestica anziano portatore di handicap gay meglio serva vecchio zoppo frocio quanto a me non voglio essere definita strana preferisco lo spregiativo e vigoroso pazza ho molti amici normali che mi vengono a trovare ma è un guaio perché dopo un po' si innamorano tutti di me grazie ci credo l'impossibile piace a tutti ma per me che disturbo mi distraggono dalla fissità della mia adorazione i peggiori sono quelli che non pretendono niente pretendono tutto chissà perché non mi lasciano mai in pace tanto non c'è battaglia è facile che un normale si scopra pazzo ma un pazzo non torna indietro non per dannazione ma perché è dannatamente piacevole la pazzia è affascinante brillante sensuale il potere seduttivo della pazzia è irresistibile e letale è la seduzione della morte è eccesso perdita e potenziamento di sé è negare la realtà è nutrirsi dell'assenza è accendersi per l'impossibile è ora di finirla di credere che la pazzia sia un difetto una mancanza di normalità un'impotenza mentre invece è un di più è un senso dilatato straripante che cresce e non sa dove andare è un occhio grandangolare che ti fa cogliere e vedere e carpire e rubare quello che gli altri non possono ed ecco che ti dilati e per te ogni strada diventa voglia di correre ogni letto voglia di amare ogni pozzanghera voglia di affogare e ogni cielo voglia di morire la pazzia è uno spazio irreale e senza tempo è l'unica possibilità che ho di essere me stessa di salvarmi dalla rapina del tempo e dalla mistificazione continua dell'io che i rapporti sociali fatalmente comportano tento di costruirmi come una forma immutabile sottratta alla continua dispersione del vivere e lei mi vuol fare ragionare con i suoi limiti separandomi dalla mia infinità tira fuori certe parole che sembrano insulti come regresso infantile e mi dice che ho il blocco che bisogna capire perché e poi risolvere tutto ma per me c'è poco da risolvere io vivo bene così la mia felicità è completa ma questa non mi dà pace mi spiega sempre tutti quei disegnini che se ti metti a guardarli sono dei mondi da perdercisi ma è così importante sapere se c'ho il blocco o non c'ho il blocco che poi alla fine il blocco mi viene voglia di darglielo in testa non capisco questo volermi obbligare a uscire dal mio paradiso e questo volere uccidere in me il sorriso che lei non riesce a comprendere che poi sembra d'essere sempre i primi al mondo ma io non sono malata e nemmeno tanto originale perché sono pazza d'amore l'ho visto per la prima volta quando non so so che l'ho visto 3 minuti forse meno forse di più non so so che ho concentrato in quei pochi minuti tutto tutto che non so ma tutto è andato a fuoco brucio ancora lui come si chiama non lo dico si chiama X improvviso lui con la sua furia di uomo onesto magari un mascalzone io mi innamoro solo della virtù d'improvviso mi ritrovo vergine anche se un esercito distratto mi era passato sopra vergine voleva dire lui o nessuno ero disposta a non possederlo ma non essere posseduta era troppo ora i miei giorni si snodano così vago per stanze vagamente tombali fitte di splendidi isolamenti fra stipiti orlati di legno senza porte mi corico a intervalli su un letto bianco e ordinato ma piano piano alla moviola e la brezza umidina gonfia la tenda come una vela e l'alone di disinfettante mi rimane incollato addosso come un incubo persistente piano piano eppure per me intorno c'è ancora quell'insistente stanza nera densa di una morbosità d'amanti un precipizio ansito cosmico battito di cuore planetario ingigantito caduta libera scivolare in un dirupo senza fondo immenso pugno allo sterno cervello schizzato altrove non sono mai stata completa definita ma sempre scissa anche a scuola intelligente ma sono sempre stata definita da quel maledetto ma è evidente il persistere di una dicotomia e questa lacerazione è prova di una identità non ancora raggiunta questo mi scriveva sempre come commento ai temi la mia professoressa e io mi ritrovavo divaricata no dilaniata da quel sottile gioco di bisturi che hanno sempre giocato sulla mia pelle le mani esperte di due desideri contraddittori ero di piacevolissimo aspetto e una formidabile civetta conquistavo con la massima facilità gli uomini e poi non sapevo che farmene non ero mai stata capace di legarmi a nessuno ma avevo sempre avuto una voglia matta di scappare e questo desiderio di fuga mi rendeva molto infelice niente era riuscito a placare quella mia anima sempre in lotta con se stessa come faccio a spiegare quel qualcosa che mi porto dentro da sempre marchio malattia qualità difetto non so cos'è ma so che esiste e che fa male il mio supplizio è sempre stato quello di avere sempre due desideri alla volta e sempre in contraddizione tra loro la mia incertezza mi ha sempre tormentata tutta la vita perché per me qualunque scelta è sempre stata sconvolgente nel momento in cui provavo a scegliere subito mi attraeva la possibilità respinta scegliere non è mai stato eleggere ma rifiutare quello che non eleggevo per la prima volta mi ritrovavo algebricamente definita 1 in lui trovavo tutto il necessario il desiderabile e il pensabile niente più nostalgie dubbi apprensioni ma tutto all'improvviso era diventato intero e indiscutibile e in quello slancio confuso in quella specie di fretta impaurita sentivo il desiderio di uscire dal mio pensiero incompleto mi sentivo una libellula trasparente e consistente mi sentivo addosso la porporina che perdono le farfalle era frenetico mi spogliava si spogliava mi prendeva affondava violento mi spaccava in quattro e poi mi baciava mi mangiava tutta e io mi lasciavo prendere dalla sua rabbia dalla sua bramosia e da tutta quella passione era attratto dal mio seno in modo quasi morboso amava attingervi e in quel girone infernale io dannata mi muovevo tra il lampeggiare sinistro di mille presagi funesti precipitavo in un inferno ma salvarsi appariva brutto e dannarsi meraviglioso era il lucifero dell'amore caduto per il desiderio di inventare ancora più paradiso del paradiso e in quel perdersi frenetico nell'amore io frugata e auscultata nelle mucose più sconvenienti diventavo l'epicentro del sisma corpo slogato spezzato gola lasciata cadere all'indietro le sue mani lungo i miei fianchi le mia chissà dove chiarori improvvisi come di temporale voce di lui voce che si spostava voce tutta piegata su un fianco voce piegata dall'altra parte decapitata da una ghigliottina di morsi la testa solitaria parlava voce ormai sudata affannata su di me mi amava forsennatamente mi faceva un amore sguaiato e feroce urlo lancinante come se soffrisse e travolti dall'amore in quel girone infernale laggiù noi dannati leccati da fiamme di baci protesi come sessi di lingue esibite di bocche che si cercano di carezze da orgia stando tutti incrociati a vicenda come ragni dormendosi sul collo ancora incredibilmente ossessivamente ci amavamo aggrovigliandoci amorosamente addosso ci amavamo occhi stanchi ci amavamo la pelle stremata ci amavamo in una specie di ebrezza e di smarrimento ci amavamo senza tregua ci amavamo sforzandoci di essere leggeri mentre tutto quell'amore ci appesantiva ci amavamo la passione assumeva un diapason di ferocia ci amavamo vorticosamente da pazzi da sciagurati ci amavamo pigramente barcollando c'era vento c'era sempre un po' vento e poi era vento di primavera di metà marzo maledizione maledetto quel vento maledetto tutto ah sì c'era quel vento come di una vertiginosa discesa aspro come un frutto acerbo e forse era per quel vento che il mio cuore mulinava come un vecchio foglio di giornale ingiallito e friabile ci amavamo col cuore coi nervi col cervello coi sensi e io avevo scoperto la gioia e la prodigiosa capacità di oblio di tutto ciò che non mi dava gioia era sbagliato lo so che avesse annullato tutto non esisteva più niente sapevo di avere chiuso gli occhi sapevo che quel sentimento così forte e segreto era la faccia più oscura dell'amore la più pericolosa era l'adorazione quella vera che distrugge camminavo di notte a piedi nudi per le strade rompevo vetrine bucavo le gomme delle macchine e mi spogliavo e facevo pipì sulle porte delle case mi tagliavo e stavo a vedere affascinata tutto quel sangue ma era per sentirmi viva perdio perché senza di lui non c'era più niente mi aveva strappato via tutto non so se mi abbia amata di sicuro mi ha desiderata in ogni caso credo che si possa amare ed uccidere nello stesso tempo qui non sono impaurita anzi ingenuamente presa da tutta quest'atmosfera di festa ragazze che si dondolano sulle sedie signore con le unghie d'oro e donne bambine che gironzolano tenendosi le vestine e anche canti e battiti di mano a tempo e pianti e singhiozzi qui sono felice ed è così straordinario sentirsi felici dopo essere morti in questa tomba i miei sensi si sono affinati e ho appreso a vedere l'invisibile mentre rimango rannicchiata in un angolo vivo in un territorio oscuro al di là della ragione vivo chiusa in un luogo sigillato della mia memoria è una felicità perfetta quella che provo quando sono lì immobile sola in un silenzio tutto mio sono lì al buio e sto bene ecco mi dico ecco è fatta sono proprio dove volevo essere.

© 2000, Daniela Mugelli Italy

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